Fioriscono ancora in questa estate di San Martino gli anemoni giapponesi. Nel corso degli anni si sono moltiplicati lungo il viale d’accesso a casa. In questo gioioso allargarsi hanno formato una tenera amicizia con la melissa. A fine giugno, dopo settimane di piogge primaverili, uniti in una grande onda verde avevano qualcosa di sontuoso, un’eleganza di cui mi rallegravo tanto più che mi rendevo conto di non averla programmata. Felice, imprevisto connubio tra una pianta arrivata da lontano e un’altra sorta dal campo per accoglierla in un fragrante abbraccio di benvenuto. Una sorta di maroso che ricadeva con grazia sull’erba falciata del prato. Finché un giorno Paolo ha deciso di tagliare i rami delle rose cresciuti troppo oltre il confine. Qualche decina di metri, non aveva tempo per altro diceva. E invece… Deve esserci, nei motori a scoppio un ritmo convulso, un graffiare ossessivo, tale da rincretinire anche il migliore degli uomini. Nemmeno paolo si è dimostrato immune all’ipnosi del motorino a scoppio, Schermato il viso con la maschera di protezione, imbracciato il frullino è entrato in un’altra dimensione: quella della macchina. Le macchine non pensano, eseguono ordini. Come avrete già capito, Paolo, in preda a trance ha cominciato a seguire il filo rotante del frullino, Questo, per imperscrutabile fatalità lo ha portato, anziché verso le spine delle rose, in direzione degli anemoni giapponesi. Loro sono stati risparmiati, la melissa, poverina, è stata rasa al suolo. Nell’ordine concepito dalle macchine, viene riconosciuto diritto di esistenza solo a chi esiste per precisa disposizione dall’alto.

Con la melissa è svanita la bellezza della bordura. Rimasti soli, gli anemoni, non dicevano più nulla. Ho annaffiato per tutta l’estate quei moncherini di melissa, finché hanno avuto la bontà di ricrescere dalle radici. L’onda ha ripreso, poco a poco, a risollevarsi. Con l’autunno è tornata quasi quella di inizio estate. Le porgo l’ultimo s