INVITO ALLA VISITA

Coltivare la memoria

Tra le montagne della Valle d’Aosta un orto diventa testimone di secoli di storia contadina e offre al giardiniere contemporaneo spunti sostenibili e di grande bellezza.

Lassù in alto le cime per niente tempestose: la Becca di Nona e l’Emilius da un lato, i ghiacciai della Valgrisenche in lontananza dall’altro. Intorno uno scenario agreste, fatto di lembi di vigna, di meli, di noci, di mandorli inattesi e pieni di storia. Soprattutto di prati a foraggio, primo e ultimo svago delle mandrie. Siamo a Jovencan, a 600 metri d’altitudine, nell’Envers, il versante a nord, vicinissimi ad Aosta.

 

 

L’austera torre di La Plantà, il castello di Tour de Villa e la cappella di La Madeline, superbamente affrescata, accentuano l’impressione di stare in un posto fuori dal tempo. Qui cresce, segnato da un recinto appena tratteggiato e da alcuni vecchi peri “Martin sec”, il Jardin des Anciens Remèdes. E non a caso: testimonia anch’esso il sapere antico di una valle che per necessità e con fatica si è fatta contadina. Coltura e cultura a questo punto diventano una cosa sola, in un gioco di rimandi immediati tra il paesaggio di fuori, lavorato da secoli, e il piccolo orto-giardino nato nel 2016 per raccogliere e salvare una tradizione di biodiversità ormai a rischio. Così ci viene spiegato, le foglie vellutate della Salvia sclarea servivano per rendere moscato un vino di poco valore e perciò erano piantate tra le balze assolate delle vigne. Custode di queste storie e ideatrice, creatrice e coltivatrice dell’orto è Giuseppina Marguerettaz, che da decenni conduce una ricerca pressoché unica sugli orti di montagna e della Valle d’Aosta in particolare. Bibliografie sterminate, ben note capacità giardiniere e una continua, entusiasta esplorazione degli angoli più dimenticati sono alla base del suo lavoro, assieme a un gusto e a una sensibilità che hanno saputo tradurre l’intento didattico in un’opera di una bellezza a sè stante.

Un orto… di orti

 

 

Quasi acquarellato, senza celebrazioni architettoniche, ma anzi con un disegno leggero e semplicissimo, l’orto porta avanti la sua sfida con discrezione e appassionata caparbietà. Cerca di trattenere ciò che va cancellandosi, scommettendo sulle piante: un modo effimero e non facile, ma estremamente genuino e vitale di trasmettere le conoscenze, antico e insieme moderno, per insegnare l’impegno quotidiano e il rispetto per un saper fare umile ma pieno di sapienza. Incredibile la varietà racchiusa in un così piccolo spazio.

Tra erbe e fiori

Funzioni alimentari e medicinali, ma anche culturali. Nigelle, glgli tigrini, “cuor di Maria”: fiori che attraverso i loro meriti votivi si garantivano un posto in orti altrimenti rigorosamente utilitaristici.

Anche le rose avevano  un ruolo ben preciso: da sedare gli sbocchi della tubercolosi, allo disinfiammare gli occhi. Sui bordi dell’orto crescono iris e cardi per allontanare le talpe. Il rafano, arrivato sin qui con le migrazioni venete dell’inizio Novecento (a testimoniare che anche un orto rispecchia l’andirivieni dei popoli) fa da controcanto alla consolida usata per rimarginare ulcere e piaghe. Luppolo, ribes e uva spina si accompagnano al Sinforicarpo comune con le cui bacche bianche si decoravano le tombe. Alcuni bossi racchiudono l’orto: un rametto sempreverde era bene averlo per improvvise e invernali benedizioni dei morti. Tra malve, bismalve, calendule e pastinache cresce lo scenografico Allium, spuntano le porporine infiorescenze dell’erba brusca. Il catalogo potrebbe continuare, ma è sul posto, accompagnati dai racconti di Giiuseppina che un mondo ormai in estinzione torna a vivere.