Le quattro stagioni

25 maggio 2018

Addio, riccio teppista

Li capisco sempre di più i contadini, quando si prendono gioco di noi neo-rurali cittadini, calati in campagna con l’infuriante idealismo del neofita. Appartengo anche io a questa genia: gente che di fronte a un bell’albero si sdilinquisce fino ad abbracciarlo teneramente, oppure, sorpresa all’imbrunire da un concertino di uccelli nella chioma del ciliegio, si ferma in estatico ascolto. Quando a un contadino verrebbe voglia di cacciarli a schioppettate.

Prendiamo il riccio: lo sapevo vicino per certi aghi sale e pepe trovati in giardino.

Finché l’altro giorno un sovraeccitato abbaiare di Zac mi ha richiamata vicino alla siepe dove, nascosto tra le foglie, ho intravisto un luccicore come di giaietto. A un più attento esame ho messo a fuoco un ‘occhietto nero incastonato in un musetto dalla cresta armata da fare invidia al più spavaldo dei punk. Eccomi, allora, a sussurrare vieni piccolo riccio, fino a presentarmi con l’offerta di un piattino di pane e latte. A intenerimento sbollito, ho notato la devastazione tra le iris: foglie divelte, tuberi rosicchiati. Dei mughetti poi, sparita ogni traccia.

Finalmente cominciavo a capire.

La meravigliosa creatura andava bandita. Ho sbarrato ogni accesso con una pietra. Se ciò non fosse bastato, avrei applicato il rimedio consigliatomi da una contadina: lasciare là, dove passerebbe il nemico, vecchie mutande impregnate d’urina, così da marcare il territorio, e ricaricarle di tanto in tanto.

Il rimedio primario si è rivelato sufficiente, non c’è stato bisogno di emulare la territorialità canina. Col risultato che ora, in giardino, ammiro con raddoppiata soddisfazione le Iris barbate in fiore, mie vecchie amiche che cominciavo a dare un po’ per scontate. Deliziosamente luminose nell’ombra chiazzata della siepe, con quel petali di un tremulo blu lavanda, in sommesso conversare con le loro lance snelle e le foglie tondeggianti del cespuglio dell’azalea ancora trasparenti di giovinezza.