La nebbia è una trapunta che si distende sul fondovalle, coprendo, il fiume, le strade, il cuore di Aosta attorno al quale si stringono come una cintura stonata palazzine e villette.

Dalla coltre morbida e bianca emergono solo le montagne illuminate dal sole del primo mattino, da poco spuntato in un cielo nitido e azzurro.

Comincia così una giornata di novembre che si preannuncia di una bellezza commovente.

Piano piano la nebbia svapora, si sfilaccia in bioccoli che si sollevano portati fin quassù da un filo di brezza.

Di colpo nel cielo si materializza un volo di taccole: sono alcuni membri della folta colonia che negli ultimi anni si è ingrandita e vive nel fondo valle. Lo stormo vola compatto, in perfetta sincronia, poi è come se si frantumasse in schegge, scomponendosi in tante sagome nere che velocissime improvvisano acrobazie. Giocano, e a me viene in mente Konrad Lorenz in uno dei suoi libri più belli, L’anello di re Salomone. Stimolata da quel volo di uccelli mi viene voglia di andare a rileggerlo.

Lo andrò a cercare sui ripiani della libreria quel vecchio libro sgualcito dalle riletture e metterlo da parte per la sera.

Confortata dal tiepido sole che ha avuto ragione delle ultime brume, m’incammino con Tabata più interessata a un’usta che ha fiutato nel terreno invece che alla bellezza del panorama. Mentre percorriamo la strada sterrata tutta buche e sassi che porta al paese di Excenex tra lembi di bosco e campi incolti, al margine i una macchia di roverelle, sul terreno ammorbidito dall’umidità della notte vedo una serie di impronte: mi sembrano di un cinghiale. Il cinghiale è uno degli animatori della vita notturna di questo tratto delle Alpi. Qui da noi arriva di rado, ma quando ci fa visita lascia il segno: ne sanno qualcosa i vicini di casa, che una mattina si sono trovati il campo di patate completamente a soqquadro.

Le tracce si perdono in un campo imperlato di brina, bordato di arbusti e piccoli alberi che si stringono e si intrecciano a formare una bordura nuda e puntuta sulla quale indugia qualche tocco di colore autunnale: il rosso cupo dei cinorrodi di rosa canina che pendono da un ramo come una collana di corallo, il giallo morente di sporadiche foglie di acero, il bronzo delle roverelle ancora completamente vestite dal fogliame ormai secco.

Nel pomeriggio la luce svanisce e il buio che dilaga nella valle, cancellando ogni traccia del paesaggio, si porta dietro l’inconfondibile profumo dell’inverno, un misto di terra bagnata, foglie morte, fumo di legna che brucia nei camini e nelle stufe. Dalle finestre a malapena intravedo la sagoma delle case vicine. Il sole è già tramontato e sono soltanto le cinque. Nel silenzio ovattato risuonano le campane che segnano l’ora, alle quali fa da contrappunto il limpido canto di un pettirosso, uno scroscio di note che rimbalzano come gocce d’acqua. Il piccolo uccello spavaldo e litigioso, difende il suo territorio ed è proprio all’imbrunire che si ode il tintinnio delle sue note precipitate.

E’ ormai buio quando si spengono gli ultimi accordi.