Pochi giorni fa, portando a passeggio Tabata, ho pensato: “finalmente una vera giornata d’inverno”, di quelle che hanno il nitore del cristallo, con il freddo che morde le guance e condensa il respiro in effimere nuvolette di vapore.

Nel cielo di un blu smaltato si stagliava, definito, il nudo disegno degli alberi. Non ce n’era uno uguale all’altro.

Distratta dal trambusto che Tabata ha scatenato ai piedi di una vecchia roverella, ho fatto appena in tempo a scorgere uno scricciolo, con quel suo aspetto paffuto e la coda sbarazzina portata all’insù. Forse cercava, tra le foglie rimaste ai piedi dell’albero qualche insetto superstite. Rapidissimo, quasi frenetico, si è involato, scomparendo dentro una catasta di rami.

Chissà se nei prossimi giorno lo sentirò cantare ho pensato tra me e me; si dice che chiami la neve con il suo trillo, simile a un tocco leggero su un campanellino.

Il canto dello scricciolo è stato presago di neve, infatti da ieri fiocchi piccoli poi grandi sono scesi tutta la giornata a ricoprire la guazza rimasta dalla precedente nevicata.

Per il momento non c’è più traccia di nuvole e la giornata si avvia alla fine cedendo il passo a un crepuscolo se possibile ancora più freddo e limpido. Dalle finestre di casa intravedo, nella semi oscurità il volo di uno stormo di piccoli uccelli che si avvicinano dapprima sfiorando il prato e proseguendo poi verso il bosco dopo una breve sosta sui rami dei rovi.